I Cibi Industriali

Le case produttrici spendono milioni in pubblicità, ma il problema dei pesticidi non può essere risolto con il baby food. Serve un’alimentazione sana per tutti, grandi e piccoli, a base di prodotti di qualità e a filiera corta

 - Vincenzo Calia,  pediatra, Roma (Tratto da UPPA)

Non troppo tempo fa si è combattuta una guerra commerciale, condotta a colpi di costosissimi paginoni sui principali quotidiani, fra due note marche di baby food. La questione dibattuta era il cibo per i bambini e la sua sicurezza: è davvero meglio il baby food perché non contiene pesticidi? In più occasioni si sono spese parole a favore di questo tipo di prodotti, ma non ci sono evidenze scientifiche che li facciano ritenere migliori di una sana dieta mediterranea.

Alla fine le posizioni si sono polarizzate fra i sostenitori del cibo speciale, prodotto solo per i bambini piccoli, e i sostenitori di una linea che potremmo definire così: cibo gustoso, sicuro e sano per tutti. UPPA e l’Associazione Culturale Pediatri sono per quest’ultima opzione. A questo proposito, Medico e Bambino, la più diffusa e autorevole fra le riviste pediatriche italiane, riporta un editoriale del pediatra Giorgio Tamburlini, in cui si spiega come la faccenda sia molto più complessa di quanto la pubblicità commerciale vorrebbe farci credere.

E i pesticidi?

L’esposizione ai pesticidi deriva solo in parte dalla presenza di queste sostanze negli alimenti; ci sono pesticidi anche nell’aria che respiriamo, nella polvere presente negli ambienti in cui viviamo, e si usano pesticidi per la coltivazione delle piante in casa e in giardino; perciò se ne ritrovano tracce nel sangue anche di chi sceglie di alimentarsi con prodotti derivanti da agricoltura organica (è questa la giusta definizione, perché il termine “biologico” può generare confusione).

Certamente l’uso di questi alimenti minimizza o azzera l’ingestione di prodotti antiparassitari, ma, a onor del vero, anche i cibi industriali non organici devono rispondere a normative europee molto severe sotto questo aspetto. Tuttavia, occorre anche considerare che una parte di questi alimenti potrebbe venire da Paesi esterni all’Unione Europea, in cui la legislazione è meno restrittiva.

Un’alimentazione corretta per tutta la famiglia

La maggiore suscettibilità dei bambini alle sostanze potenzialmente tossiche è concentrata nella vita intrauterina, nel periodo neonatale e nei primi mesi di vita: periodi tutti precedenti allo svezzamento (l’età del baby food) o all’alimentazione complementare a richiesta (che è quella che noi preferiamo, l’epoca cioè in cui il bambino comincia a mangiare quello che si mangia in famiglia).

Alla gravidanza non si sfugge e all’allattamento al seno proprio non vorremmo rinunciare, anche se sappiamo che dove l’inquinamento è più elevato si possono trovare tracce di inquinanti nel liquido amniotico e persino nel latte materno. E allora come si fa? Non c’è che una strada, ed è quella di puntare la nostra attenzione sulla tutela dell’ambiente e del cibo di tutti: meno inquinanti per tutti, meno esposizione del feto in gravidanza e del neonato allattato al seno.

Il vero baby food è il cibo dei grandi

Quanto alle campagne pubblicitarie, ognuno, si sa, tira l’acqua al proprio mulino e non ci meravigliamo affatto che una ditta vanti la maggiore sicurezza di questo o quello dei suoi prodotti; ma da qui a dire che quei prodotti sono veramente migliori di altri ce ne corre: i dosaggi e i paragoni si fanno scegliendo le sostanze che si vogliono cercare e su cui si vuole attrarre l’attenzione dei consumatori.

Senza contare che è anche capitato che si esageri nel paventare effetti nocivi di questa o quell’altra sostanza, come è accaduto per esempio a proposito del metilmercurio, sulla presenza del quale si è lanciato un allarme che ha provocato una diminuzione del consumo di determinati tipi di pesce, anche se poi una ricerca ha dimostrato che la presenza di tale sostanza in questi pesci, pescati nell’alto Adriatico, non aveva alcuna influenza sullo sviluppo neurologico dei bambini.

Un’ottima misura per la tutela dell’ambiente è anche la diffusione crescente fra le famiglie dell’acquisto di prodotti alimentari da produttori qualificati, in zone vicine a quelle in cui si risiede (gruppi di acquisto, diffusione dei cosiddetti farmer’s market, in cui i produttori locali vendono direttamente ai consumatori): non solo si riduce il trasporto degli alimenti, con indubbi vantaggi per l’economia e l’ecologia, ma si favorisce un rapporto diretto e fiduciario fra consumatori e produttori che è già di per sé una garanzia ben più concreta della scelta di “alimenti speciali”.

Né baby food, né junk food

Che se poi di food vogliamo parlare, non è il baby food quello su cui dovremmo concentrarci, ma piuttosto il junk food, il cibo spazzatura, economico e spesso anche appetibile, ma dannoso per la scarsa qualità dei suoi componenti. Perciò possiamo dire che l’obiettivo dei pediatri, e di UPPA che è un po’ la voce dei pediatri italiani che parla alle famiglie, non è quello di promuovere una marca di biscotti o di semolino anziché un’altra, ma quello di indurre quanti più genitori possibile ad adottare stili alimentari e di vita sostenibili.

Se raggiungessimo, anche in minima parte, questo obiettivo, ci potremmo ritenere più che soddisfatti. Con buona pace delle industrie che producono alimenti più o meno speciali e delle guerre commerciali che si fanno l’una con l’altra. 

 - Federica Ruffolo,  biologa nutrizionista, Cosenza

Ogni periodo della crescita di un bambino ha delle caratteristiche specifiche su cui la nutrizione può esercitare un effetto molto importante. I genitori sono sempre più attenti a questo aspetto, a volte però, tra messaggi pubblicitari fuorvianti e cattiva informazione si fanno strada numerosi dubbi.

Da dove iniziare?

Le regole sono poche e semplici: seguire un’alimentazione sana ed equilibrata che soddisfi i fabbisogni energetici e di nutrienti, fornire sostanze protettive per l’organismo, minimizzare l’esposizione a contaminanti chimici e microbiologici. L’alimentazione, inoltre, dovrebbe perlopiù essere sostenibile e avere un basso impatto ambientale.
Tutti questi princìpi, in teoria, dovrebbero essere applicati sin dalla nascita: allattamento e alimentazione complementare sono un buon punto di partenza.

Il cibo del “senza”: baby food

«Senza sale aggiunto, senza glutine, senza aggiunta di latticini, senza aromi, senza organismi geneticamente modificati».
Arrivati al momento in cui il bambino mostra interesse verso altri cibi, il mercato ci propone una vasta scelta basata sui cosiddetti “baby food”, cioè alimenti industriali destinati alla prima infanzia: liofilizzati, omogeneizzati, pastine, sughi, passati di verdure, biscotti, creme di cereali, yogurt, tisane.
Spesso sui siti web o nei blog dedicati ai genitori vengono esaltate caratteristiche nutrizionali particolari di questi alimenti, facendo passare il messaggio (errato) che i cibi comuni non sono adeguati ai lattanti: «Ricco di calcio, ricco di proteine dall’alto valore biologico, ricco di ferro»; oppure, nel promuoverli, si vanta l’assenza di elementi come sale e glutine.
Il baby food per eccellenza è l’omogeneizzato. La funzione dell’omogeneizzazione è quella di ridurre gli alimenti in particelle molto fini che ne permettano l’assunzione senza masticazione, aumentando la digeribilità. In realtà intorno al sesto mese di vita, l’intestino del lattante è ormai maturo e in grado di digerire tutti i nutrienti introdotti con l’alimentazione. Inoltre, se l’alimentazione complementare viene proposta in concomitanza con la comparsa delle competenze neuro-motorie nel bambino, il rischio di soffocamento è quasi nullo. Da ultimo, la masticazione non solo è possibile, ma anche desiderabile perché aiuta a sviluppare i muscoli della faccia.
I produttori di baby food consigliano di introdurre gradualmente alimenti differenti per evitare o ritardare l’insorgenza di allergie alimentari. A oggi, però, non ci sono evidenze scientifiche che confermino i benefici riguardanti l’introduzione ritardata di sostanze allergizzanti o del glutine. Sia le allergie alimentari sia la celiachia (l’intolleranza al glutine) non possono essere evitate semplicemente ritardando o, al contrario, introducendo molto presto determinati alimenti.

Sicurezza e rapporto costi-benefici

Altro aspetto tanto decantato dalla pubblicità è la sicurezza dal punto di vista chimico e microbiologico, tuttavia non sono le singole aziende produttrici a garantire la sicurezza, ma l’esistenza di direttive europee secondo le quali i prodotti per l’infanzia non devono contenere alcuna sostanza in quantità tale da poter nuocere alla salute di lattanti e bambini (CE 1881/2006 e direttiva 2006/125/CE, che disciplina gli alimenti a base di cereali e gli altri alimenti destinati ai lattanti e ai bambini nella prima infanzia).
Nell’alimentazione infantile vige il “principio di precauzione”: se non si è certi che un prodotto non sia pericoloso, è meglio evitarlo. Questo vuol dire che non si attende l’acquisizione di prove riguardo la pericolosità o meno di un componente dei prodotti destinati alla prima infanzia, ma si elimina il problema a monte.
Poi c’è il rapporto costo-beneficio. Il costo dei baby food è spesso elevato, nonostante le differenze nutrizionali tra i vari marchi siano minime. Invece, quello che viene meno con il loro utilizzo è il valore emotivo ed evolutivo delle preparazioni casalinghe e la possibilità del bambino di manipolare i cibi. Nel primo anno di vita, infatti, i bambini imparano a conoscere gli alimenti attraverso vista, tatto, gusto, olfatto, oltre che tramite la loro consistenza. Tuttavia questo è possibile solo se sono i genitori a preparare in casa i pasti. Con i baby food, l’introduzione del cibo diventa un gesto meccanico e guidato da mamma e papà e il bambino non potrà sviluppare l’autoregolazione, l’autocontrollo e quindi la percezione di fame e sazietà. Non potrà nemmeno imparare a usare le mani e ad armonizzare i movimenti di queste con il suo appetito.

Una migliore alimentazione per tutti !! 

Analizzando dal punto di vista nutrizionale un omogeneizzato acquistato al supermercato si nota facilmente che non è più completo di una preparazione casalinga: contiene dal 20 al 30% di carne o pesce, acqua di cottura, a volte meno del 30% di verdure, amido di mais o farina di riso e olio di semi di girasole.
Con i cibi preparati in casa non ci sono percentuali standard e gli ingredienti possono essere di qualità migliore. Il bambino introduce ciò che gradisce nella quantità desiderata. Sarà cura di ogni genitore portare in tavola un’ampia scelta di cibi: in questo modo non importa quante proteine o carboidrati contiene il singolo pasto, perché un’alimentazione varia accompagnata dal latte materno è sufficiente a soddisfare le esigenze energetiche e nutrizionali.
Molto prima che il bambino inizi l’alimentazione complementare è buona norma che i genitori si interroghino sulla propria alimentazione e correggano eventuali abitudini poco salutari. L’ideale sarebbe seguire un’alimentazione varia, ricca di frutta (fresca e a guscio), verdura, olio extravergine d’oliva, cereali, legumi, uova, carne, pesce (per chi segue un’alimentazione onnivora) e poco sale. Scegliere cibi freschi, selezionarli in base alla stagionalità e variare spesso i metodi di cottura completeranno il quadro. Così le preparazioni casalinghe saranno idonee anche per i più piccoli.

Formule di proseguimento: sono davvero utili?

La formula di proseguimento (di tipo 2) è indicata dalle ditte come appropriata dal sesto mese al compimento dell’anno. In realtà la sua composizione differisce molto poco dalla formula di tipo 1, indicata fino al sesto mese.
Quando ha inizio l’alimentazione complementare non è necessario interrompere l’allattamento e passare alla formula di proseguimento, perché il latte materno contiene tutti i nutrienti necessari al bambino.
Tutti i tipi di formule artificiali sono uguali, sia per quanto riguarda la loro funzione sulla crescita e sulla salute sia dal punto di vista della composizione e della qualità: devono infatti corrispondere a rigorose direttive mondiali, europee e nazionali.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che le formule di proseguimento non sono necessarie e che il loro marketing può ingannare i genitori. Inoltre ne sconsiglia l’utilizzo anche quando non è disponibile il latte materno, in quanto apportano un maggior quantitativo di proteine rispetto al fabbisogno dei bambini (costringendo i reni a un lavoro maggiore) e sono invece povere, rispetto a quanto raccomandato, di ferro, zinco, vitamine del gruppo B e acidi grassi.

junk food, il cibo spazzatura, economico e spesso anche appetibile, ma dannoso per la scarsa qualità dei suoi componenti. Perciò possiamo dire che l’obiettivo dei pediatri, e di UPPA che è un po’ la voce dei pediatri italiani che parla alle famiglie, non è quello di promuovere una marca di biscotti o di semolino anziché un’altra, ma quello di indurre quanti più genitori possibile ad adottare stili alimentari e di vita sostenibili.

Se raggiungessimo, anche in minima parte, questo obiettivo, ci potremmo ritenere più che soddisfatti. Con buona pace delle industrie che producono alimenti più o meno speciali e delle guerre commerciali che si fanno l’una con l’altra.